mercoledì 13 giugno 2018

Incipit di Buzzati da La boutique del mistero

Vorrei che tu venissi da me in una sera d'inverno e, stretti insieme dietro i vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo.

Dino Buzzati, Inviti superflui, ne La Boutique del mistero.

Il più bell'incipit letto negli ultimi tre anni.


...la sera, che guarisce le debolezze dell'uomo

...sorridendo un poco, con sentimento di bontà, per via della sera che guarisce le debolezze dell'uomo. (Dino Buzzati, La boutique del mistero, Pag 79)




mercoledì 25 aprile 2018

Wenders su Salgado

Gli interessava davvero degli esseri umani. Dopotutto, gli esseri umani sono il sale della terra.

Da "Il sale della terra" di Wim Wenders, su Sebastiao  Salgado





domenica 15 aprile 2018

Storie della tua vita, di Ted Chiang

Ti prenderò in braccio trascinandoti  a letto, e nel mentre non farai che frignare per muovermi a pietà, ma la mia unica preoccupazione sarà di potermi rilassare un po'. Tutti i voti che avevo fatto da piccola, ripromettendomi che quando sarei stata madre avrei dato delle risposte ragionevoli, che avrei trattato i miei figli come delle persone intelligenti, dotate di raziocinio. È stato tutto inutile: sto per diventare come mia madre. Potrò lottare quanto voglio, ma niente mi impedirà di scivolare lungo quella spaventosa china.
P148
Il linguaggio con cui si esprime l'universo ha una grammatica assolutamente ambigua. Ogni evento fisico è un'espressione che può essere analizzata in due modi del tutto diversi, uno causale e l'altro teleologico. Sono entrambi validi, e a prescindere dal contesto non è possibile scartarne nessuno. (...) Gli uomini avevano sviluppato una coscienza di tipo sequenziale, e gli eptapodi ne avevano sviluppata una di tipo simultaneo. Noi percepiamo gli eventi secondo un ordine, in un rapporto di causa-effetto fra l'uno e l'altro. Loro percepiscono tutti gli eventi in una sola volta, a partire da un obiettivo che li collega tutti quanti. Un obiettivo di minimo o di massimo.
P152
Ciò che mi rendeva possibile agire liberamente mi impediva al tempo stesso di conoscere il futuro. Adesso che conosco il futuro, al contrario, non agirei  mai in contrasto con esso, e questo significa anche non rivelare agli altri ciò che so. Chi conosce il futuro non ne parla. Quelli che hanno letto il Libro delle Ere non ammetteranno mai di averlo fatto.
P156
Nel linguaggio performativo, il dire equivale al fare.
Per gli eptapodi, l'intero linguaggio era performativo. Invece di usarlo per le informazioni, lo usavano per mettere in atto qualcosa. Quindi, certo, gli eptapodi sapevano già cosa sarebbe stato detto un una conversazione, ma perché il loro sapere si trasformasse in realtà, la conversazione doveva innanzitutto avere luogo.
P157
Di colpo mi venne in mente che il termine performativo era morfologicamente simile a performance, che poteva descrivere la sensazione di conversare sapendo già cosa verrà detto: era come recitare a teatro, in effetti.
P158

Pur avendo una buona padronanza dell'Eptapode B, mi rendo conto di non vivere la realtà come la vive un eptapode. (...) Di tanto in tanto, però, ho degli sprazzi in cui predomina l'Eptapode B, e riesco a vivere contemporaneamente passato e futuro. La mia coscienza diviene brace, una brace lunga cinquant'anni che arde al di là del tempo. Nel corso di questi brevi sprazzi, percepisco l'intero periodo simultaneamente. È un periodo che abbraccia il resto della mia vita, e per intero la tua.
P160

Il lavoro con gli eptapodi ha cambiato la mia vita. Ho conosciuto tuo padre e ho imparato l'Eptapode B, e sono queste due cose a fare sì che ti conosca già adesso, su questa veranda al chiaro di luna. Alla fine, fra diversi anni, non avrò più né tuo padre né te. L'unica cosa che mi resterà sarà il linguaggio degli alieni. Così ora sono bene attenta a captare ogni minimo dettaglio.
Conoscevo la mia destinazione fin dal principio, e scelgo la mia strada di conseguenza. Ma vado verso una gioia estrema, o verso un estremo dolore? E ciò che realizzero' sarà un minimo, o piuttosto un massimo?
P164

venerdì 30 marzo 2018

Giuseppe figlio di Giacobbe. La natività, di Silvana De Mari


Finalmente la vide, e la sua mente restò abbagliata, perché lei era piena di grazia, di una grazia ancora più piena, ancora più totale di quella enorme che lui ricordava. Era una grazia infinita. Era qualcosa che irradiava e che tutti stavano sentendo, perché tutti erano abbagliati. Era qualcosa che avvicinava a Dio, che non era descrivibile. Giuseppe fu felice dei suoi venti anni, della sua forza, della sua stirpe che era quella di Davide. Fu felice di essere se stesso, per tutto quello che aveva da offrire.
(Pagg 39-40)

I suoi occhi si chiusero e fu allora che arrivò l'Angelo. Coloro che poi raccontarono questa storia narrarono che l'Angelo si presentò con il suo nome, Gabriele. In realtà non successe così, perché nel momento in cui Giuseppe lo vide, seppe che era Gabriele. Era una figura chiara e, alle sue spalle, si intravedevano le ali talmente intrise di luce che non si poteva distinguere dove avessero fine. Le ali contenevano il vento del deserto, l'odore del mare, il profumo dell'erba, il colore dell'alba, lo scintillio delle stelle. Le ali si perdevano nell'eterno, nell'infinito, si riempivano di qualcosa che conteneva tutta la bellezza, tutta la felicità.
(Pag 82-83)

Silvana De Mari, Giuseppe figlio di Giacobbe. La natività, Effatà editrice, Torino 2014.


giovedì 29 marzo 2018

Amen. Memorie di Isacco, di Margherita Oggero

Signore, perché hai dato ai cani un cuore fedele e innocente, perché li hai fatti grati a chi gli riserva una carezza e un tozzo di pane, mentre noi, fatti a Tua immagine e somiglianza, siamo capaci di mentire ingannare tradire e uccidere anche chi ci è più vicino per sangue o per altro vincolo?
Ci hai fatto dono del libero arbitrio, ma è un dono pericoloso come un coltello affilato nelle mani di un bambino cieco o di un ubriaco che ha dimenticato persino il suo nome.
Signore, perché ci hai fatto provare la pace dell'Eden e poi ci hai condannati all'inquietudine? Signore, è forse nell'inquietudine che è racchiusa la nostra somiglianza con Te? In quell'inquietudine amara che Ti fece pentire d'aver fatto l'uomo sulla terra e Ti spinse a sterminarlo insieme al bestiame, ai rettili e agli uccelli dei cieli, mentre soltanto Noè trovò grazia al Tuo cospetto?
(pagg 48-49)
Sto tornando dai campi e forse per la prima volta mi rendo pienamente conto della bellezza di un tramonto estivo, quando da lontano mi giunge un canto di donna, dolcissimo e melodioso. Ecco, la paternità, il tramonto e il canto si fondono insieme e mi regalano uno squarcio di appagamento consapevole, cioè di felicità.
Ma questi rari fiori che sbocciano tra i rovi compensano la fatica e le pene quotidiane?
Signore, è davvero un grande dono la vita? L'assenza, la quiete del non essere da cui ci hai tratto impastandoci col fango non era forse preferibile a questo breve passaggio nel mondo? Breve rispetto all'eternità, e pericoloso, perché in esso ci giochiamo la salvezza o la perdizione.
Padre, madre, moglie: tutti sepolti. I controversi e ambigui affetti della mia vita se ne sono andati prima di me. Li ho perdonati dal profondo del cuore per ogni asprezza e offesa nei miei confronti, così come spero abbiano fatto loro nei miei, però non sono riuscito a dimenticare: l'oblio e il perdono purtroppo non sono indissolubili, su questa terra almeno.
(Pagg 69-71)
E tu, Signore mio, che il tuo nome sua sempre benedetto, perché ci hai creati a tua immagine e somiglianza, ma non ci hai concesso di capirti?
(Pag 35)

Margherita Oggero, Amen. Memorie di Isacco, Effatà editrice, Torino 2014.



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